Civitafestival
Moloco - Artwork By Kerasan

PREFAZIONE
PROF. VITTORIO SGARBI
Roma, 28 Aprile 2021

Enthousiasmòs. Dal rhyton di Falerii Veteres alla serie Moloco

C’è un reperto, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (Roma), tanto bello quanto prezioso. È un rhyton zoomorfo, nella fattispecie a testa di cane, ma ne conosciamo anche a testa di capra, di cerbiatto, di bovino, di asino, così come se ne facevano in Attica fra l’epoca pre-classica e l’inizio della classica (490-470 a.C. circa), con l’uso caratteristico del preparato ferroso – ingubbio – che nell’ossidarsi in forno si anneriva, facendo spiccare le pitture in colore rosso o ocra apposte a graffito sulla superficie. Il rhyton era un contenitore da cerimonia, di metallo nobile o terracotta, con cui, dall’apertura maggiore, si attingeva vino da un otre a bocca larga per farlo scorrere dall’alto in basso fino a giungere all’uscita in uno o più fori. Come quelli quasi gemelli dell’Ermitage a San Pietroburgo e del Museo Carcopino di Aleria (Corsica), anche il rhyton del Museo di Villa Giulia doveva provenire dalla bottega ateniese di Brygos, sopraffino ceramista attivo negli anni difficilissimi delle guerre persiane. Non siamo ancora nell’epoca classica, ma il realismo e l’equilibrio compositivo con cui il cane è rappresentato è già impressionante, rivelando una perfetta conoscenza anatomica che arriva a definire particolari anche minuti come i baffi nel muso. Il realismo non è però solo di aspetto, riguardando, e questo è ancora più sorprendente, anche l’espressione. Poggiato su un piano, il vaso orienta infatti la testa dell’animale verso l’alto, mostrandolo nella tipica tensione – gli occhi con le pupille spalancate, la bocca serrata, le narici tumide e allargate, le orecchie pendule all’indietro, nei pressi dei manici – con cui i cani sono soliti invocare lo sguardo del loro padrone in attesa di un comando. Commovente. Il rhyton oggi al Museo di Villa Giulia ha una provenienza ben precisa. Viene da una tomba di adolescente, a cui allude anche la scritta ho pais kalòs, “bel ragazzino”, che in vita doveva divertirsi con un cane da caccia simile a quello del vaso. La tomba appartiene alla necropoli di Celle, nelle vicinanze del capoluogo falisco di Falerii Veteres, diventato uno dei centri commerciali più ricchi dell’Etruria meridionale prima di essere raso al suolo dai Romani. Falerii Veteres è antenata diretta dell’attuale Civita Castellana, dove la lavorazione dei derivati dell’argilla caolinica, piuttosto abbondante nel circondario, è diventata, come è noto, la sua tradizione produttiva più impor tante. Se ciò è successo, è in gran par te per merito di due veneti, Giovanni Trevisan Volpato e il figlio Giuseppe, che fra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento impiantarono in loco, con l’avallo del papato, una prima bottega di ceramiche domestiche “all’inglese”, così come venivano chiamate le terraglie artistiche in epoca neoclassica. Di qui l’inizio di una storia industriale formidabile che ha visto succedersi imprenditori lungimiranti che al settore delle ceramiche artistiche aggiunsero quelli forse più prosaici delle stoviglierie e dei sanitari, capaci peraltro di civilizzare le abitudini di milioni di italiani in procinto di affacciarsi nell’epoca del consumo allargato. È a Civita Castellana, per esempio, che si fabbricano i primi water closed nazionali. In quanto alle piastrelle e agli oggetti ornamentali, sono gli stabilimenti Vincenti e Sbordoni a dettare la linea, istigando uno spirito di emulazione presso altri fabbricanti locali, che porta l’industria civitonica a una crescita vertiginosa già nei primi decenni del Novecento, con l’argilla locale che lascia progressivamente il passo a terre più qualificate provenienti da altrove. Così importante, la ceramica di Civita Castellana, da determinare, nel 1913, la nascita di un’apposita Scuola d’arte professionale che vede alternarsi nell’insegnamento personalità di indubbio rilievo quali Duilio Cambellotti, Luigi Montanarini, Gaetano Martinez, Renato Guttuso, solo per dire di alcuni. Proprio un giovane scolaro romano di Cambellotti, Roberto Rosati, fa giungere nella ceramica civitonica anche il soffio dell’avanguardia, applicando i dinamismi futuristi ai prodotti realizzati nell’opificio di Treia in società con il gallerista Giuseppe Sprovieri. Anche se con alterne vicende che hanno ridotto non di poco la sua antica portata, avocando molta della produzione nelle mani di grandi gruppi non locali, il distretto ceramico di Civita Castellana è comunque giunto ai nostri giorni ancora voglioso di dire qualcosa in grado di tenere al meglio il passo col tempo. Ne è brillante dimostrazione l’indirizzo intrapreso dalla Kerasan, azienda leader del Gruppo Giovanni Colamedici che da circa un sessantennio si è specializzata nella produzione di sanitari di pregio. Alla qualità tecnica della ceramica che esce dalla sua fabbrica, caratterizzata da una duttilità e una durevolezza fuori dal consueto, la Kerasan ha voluto associare un valore aggiunto divenuto sempre più importante nella considerazione dei prodotti del suo settore, quello estetico. Si sbaglierebbe, e non di poco, a credere che il legare l’oggettualità del quotidiano a una dimensione marcatamente estetizzata sia figlio di un’età prettamente moderna come può essere quella seguita all’affermazione del design industriale. Anche il caso del rhyton di Falerii Veteres prima evocato riesce a farci capire che gli antichi non concepivano differenze troppo rigide fra oggetti creati nell’ambito delle discipline che in seguito sarebbero state considerate maggiori (le cosiddette “arti belle”, ovvero pittura, scultura e architettura) e gli oggetti che di quelle discipline venivano ritenuti le applicazioni, il più delle volte aventi funzioni pratiche ancora più vincolanti di quelle estetiche. Ai suoi tempi, Brygos non doveva essere considerato in modo troppo diverso dal contemporaneo Fidia, che come lui non lasciava immacolate le sue opere, come per tanto tempo avrebbero creduto i moderni, ma provvedeva a farle dipingere. Le divisioni fra arte e arte, che sono anche fra vita e museo, avvengono con la scoperta della categoria critica di classicismo, quando gli uomini sopraggiunti al Medioevo, per legittimare le novità artistiche del loro presente, istituirono a modello l’antico greco-romano secondo schemi di assolutezza solo in par te corrispondenti a quelli adottati dai loro gloriosi predecessori. Dunque, se la Kerasan, con una collezione da questo punto di vista esemplare come Artwork, vuole ribadire la bontà di una scelta compiuta nel segno della modernità estetica più lampante, lo ha fatto recuperando nel contempo il concetto di continuità oggettuale che in antico, proprio nel territorio in cui opera, aveva individuato in ceramiche quale il rhyton di Falerii una perfetta, mirabile, modernissima coincidenza di scultura e pittura. Sarà per la suggestione di questo strepitoso antecedente locale che fra le varie serie realizzate all’interno della collezione Artwork, che pure non manca di colpire nei manichini post-metafisici di Adam, con la ceramica talmente sublimata da sembrare altra materia da sé stessa, o nei barocchismi vulviformi dei fiori di Groove, rimango particolarmente impressionato da quella chiamata Moloco, ideata da Fabrizio Batoni. L’impressione è giustificata anche da ragioni extra-artistiche: per quanto stilizzate, quindi per certi versi “disumanizzate”, si tratta pur sempre di teste antropomorfe che sono state mozzate in sommità per essere svuotate del loro contenuto, potendo sfruttare in tal modo la cavità sottostante. Alla lettera, si tratta di scervellati, per usare un termine oggi caduto piuttosto in disuso. Leggo che queste teste allungate si rifanno a quelle Moai dell’Isola di Pasqua. Non ho dubbi a riguardo, ma allo stesso modo noto anche la fortissima vicinanza a paradigmi più vicini alla nostra storia culturale, come, ad esempio, le teste delle civiltà mediterranee arcaiche che tanto piacevano, oltre a Picasso, ad Amedeo Modigliani e Costantin Brancusi. Non basta. L’immagine archetipica della testa “scervellata” rimanda a un concetto filosofico che proviene da Platone, l’enthousiasmòs, ossia quello stato speciale – l’invasamento, diremmo oggi in modo per nulla casuale – in cui ci svuotiamo di ogni sostanza autonomamente pensante per accogliere la diretta ispirazione di un dio. È quella condizione che caratterizza i sacerdoti, certi eroi, ma, dice Platone, anche i lirici, i cantori antichi che univano poesia e musica, capaci in questo modo di creare versi che in una situazione normale non sarebbero mai stati in grado di elaborare. Anche il rhyton zoomorfo preludeva a una forma di perdita del proprio stato di coscienza, seppure in un senso più profano rispetto all’enthousiasmòs, dionisiaco, dato che il suo uso conduceva di solito all’ebbrezza. Ma a guardarle bene queste teste Moloco, quando si adattano ad accogliere acqua dal catino superiore per convogliarla in una ristrettezza più in basso, non sono forse riedizioni dei rhyton in una forma senza tempo che è stata ulteriormente sacralizzata, come se non alludessero più a pagane sbronze, ma a divino enthousiasmòs? Col che il cerchio della corrispondenza fra antico e moderno, ossia fra la passata Falerii Veteres e la civiltà attuale di Civita Castellana, finisce per chiudersi a meraviglia, come nel più impeccabile degli urobòri.

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Groove
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Moscardino
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Cow

La mostra resterà aperta per tutta la durata del festival e sarà allestita all’interno del Forte Sangallo

Forte Sangallo
Museo Archeologico dell’Agro Falisco

via del Forte n.1
Civita Castellana

Orari Museo
dal martedì alla domenica dalle ore 9:00 alle ore 19:00 (ultimo ingresso 18:00)